9 gennaio 2020

Spread the love

Dopo tanti anni che sono mancato ad aggiungere commenti nel mio blog, questo è il primo che faccio e segna una rinascita verso progetti nuovi. Tanta acqua è passata sotto i ponti, tante cose ho studiato, tante persone nuove ho conosciuto. E ora ho voglia di ripartire con una sorta di diario più intimo, del mio viaggio verso la conoscenza e la soddisfazione.

Mio padre mi disse, quando comprai il motorino contro la sua volontà: “spero che tu faccia un incidente. E che ti faccia male. Non tanto. Quanto basta per farti prendere paura e imparare”.

Ho fatto l’incidente. A livello fisico forse il peggiore della mia vita. Andavo in bici con mia figlia in canna e a lei capita il piede tra i raggi. Una cosa di quelle banali, ma che mi ha fatto fare un sogno di quelli lunghi. E quando mi sono svegliato ho avuto un’idea, e ho avuto la sensazione che quell’idea fosse un messaggio, che mi è arrivata per farmi cambiare strada nella vita.

Giusto prima di uscire avevo finito di scrivere su internet un messaggio in memoria per la ricorrenza di 11 anni dalla morte di mio padre Ugo Sasso, fondatore della Bioarchitettura. Inoltre dal mattino avevo seguito le novità su un progetto a cui partecipo, che lo stesso giorno, dopo lunga attesa, veniva finalmente listato su uno dei maggiori exchange.

Già avevo notato l’insolita ora di partenza del listino: le 4 del mattino in Europa. Avevo intuito che quell’ora a noi insolita e particolarmente scomoda non era casuale, ma frutto di attenzione verso altro, verso altri luoghi geografici. In fin dei conti, ciò che è le 4 del mattino in Europa significa le 19 a Silicon Valley, e soprattutto le 11 a Hong Kong, Pechino, Shanghai, le 12 a Tokyo, le 10 a Jakarta. Si tratta solo di scelte. E già avevo intuito che i giochi grossi erano fatti oltre oceano, a destra e a sinistra di noi, e attraverso la rete di internet passavano sopra le nostre teste, come quegli aerei intercontinentali, che ti passano sopra, senza sapere nulla di te e di tutto ciò che hai intorno.

La quotazione del progetto stava procedendo alla grande e l’ultima notizia, prima di uscire per quel famoso ultimo giro in bici, era che il grosso delle nuove iscrizioni veniva dall’Indonesia.

A natale ho comprato per regalare a mia figlia il libro che (io al posto suo) da allora sto leggendo. Si chiama “la lunga estate” ed è il viaggio per il mondo dal mio amico nomade digitale Luca de Giglio. Avevo appena finito il capitolo in cui lui vive a Bali.

È tanto tempo che dico che voglio andare via per essere viaggiatore, ma non trovo un posto migliore di dove sono come punto di inizio con cui convincere mia moglie. Improvvisamente sulla brandina dell’ospedale i tasselli del puzzle si uniscono davanti a me. È a Bali che andrò. Il luogo meraviglioso, della natura rigogliosa, del mare trasparente e clima mite, dei larghi sorrisi della mite popolazione indù (senza le vacche gironzolanti), della fervente epopea di internet 3.0, punto di ritrovo di tanti viaggiatori, perenni e non, dalle più disparate culture e origini. Mi sembra come quando da lungo stai osservando al buio qualcosa che conosci, ma non distingui. Improvvisamente si accende la luce e tutto è chiaro. È decisa anche la data. Sarà un viaggio di prova. Partirò a giugno e tornerò a settembre, permettendo alle mie ragazze di venire con me. Prenderò in affitto per 3 mesi quella casa con primo piano a veranda in bambù, in cui mi ero visto in un sogno ad occhi aperti tanti anni fa.

Tutto sembra tornare. Sulla brandina dell’ospedale la mia testa con trauma cranico s-ragiona, non ci sono dubbi. A volte serve un incidente. Per farti cambiare strada. Senza farti troppo male. Per farti prendere paura di come hai fatto finora. E cambiare. Tutto torna. Ancora una volta avevi ragione, grazie papà.

Update 2/3/2020

Una settimana dopo l’incidente incontro il ragazzo che aveva portato via la bici dal luogo dell’incidente. Appena rivedo la bici, sgrano gli occhi: qualche tempo prima avevo fatto un viaggio e per l’occasione avevo montato un nuovo manubrio da triathlon, di quelli allungati in avanti. E fin dalla prima volta, ogni volta che vedevo il manubrio mi interrogavo sulla scritta che porta. Sopra non ci sono le classiche scritte tipo full carbon, high tech, high performance, extra light o le solite robe del genere. C’è scritto FUTURE. Quando l’ho visto mi sono detto “ecco, certo, ho capito, è da qui che passa il mio futuro”!